Perpetua visse nel II secolo; era una colta nobildonna di Cartagine, nel Nord Africa, sposata, madre di un bambino ancora in fasce. La sua famiglia era cristiana, eccetto il padre.
E’ costretta al domicilio coatto in seguito alle disposizioni dell’imperatore Settimio Severo, che aveva sancito gravi pene contro gli ebrei e i cristiani.
Felicita è la sua devota schiava, anch'essa sposata e all'ottavo mese della sua prima gravidanza.
Tra le due donne, una padrona e l'altra schiava, vi è grande sintonia perché la fede cristiana le ha rese sorelle più che se fossero nate dalla stessa madre terrena.
Accanto a loro ci sono alcune figure maschili: Saturnino, Secondulo e Revocato. Quest'ultimo è uno schiavo. Le due donne e i tre uomini non sono ancora battezzati, quando vengono arrestati e rinchiusi in carcere.
Due diaconi della comunità di Cartagine ottengono che i prigionieri siano tenuti in custodia privata e possano ricevere visite di parenti e amici. Perpetua può così allattare il suo bambino.
In questo periodo essi ricevono il battesimo dalle mani di Saturo come preparazione al martirio.
Perpetua descrive nel suo diario gli ultimi giorni dei martiri nella prigione affollata.
Restano per qualche tempo nella buia cella, in attesa che Felicita, incinta, dia alla luce il figlio. Ella teme grandemente che le venga precluso il martirio: non era lecito, infatti, uccidere donne incinte.
I suoi compagni nel comune desiderio di testimoniare la fede, due giorni prima dello spettacolo nel circo, pregano insieme il Signore e, subito dopo,
Felicita è presa dalle doglie.
Le due donne e i giovani affrontano insieme il martirio e così la chiesa di Cartagine ha i suoi primi testimoni.
Nei Promessi sposi, il Manzoni ha chiamato Perpetua la donna che prestava servizio presso don Abbondio, e il suo nome è diventato indicativo delle domestiche dei preti, le cosidette “perpetue”.
Le due giovani madri cartaginesi sono patrone delle partorienti.
“Fin che al mondo c’è la possibilità di compiere opere di misericordia la vita è bella e vivere è divino” (Cesare Angelini)