“La fede e la carità sono il principio e il termine della vita - diceva Ignazio di Antiochia -. Da queste derivano tutte le altre virtù che conducono alla perfezione”.
La fede e la carità vanno dunque insieme così come la data odierna unisce due santi omonimi: Valerio, primo vescovo di Treviri, vissuto tra la fine del III secolo e gli inizi del IV, e Valerio, vescovo di Ravenna, morto il 15 marzo dell’810.
Più incerte sono le notizie sul vescovo di Treviri, che una ragionata cronologia colloca alla fine del terzo secolo; tuttavia un’altra leggenda, con l’evidente intenzione di attribuire alle Chiese della Gallia e della Germania una patente di apostolicità, fa di Valerio un discepolo dell’apostolo Pietro, che l’avrebbe inviato a Treviri, in compagnia di Eucario e Materno.
Eucario, che lo aveva preceduto nella tomba, lo avrebbe avvertito in sogno dell’imminenza della morte, avvenuta il 29 gennaio dell’anno 88, data da posticipare agli inizi del IV secolo, come si deduce dal Catalogo episcopale della città di Treviri e da antiche iscrizioni epigrafiche.
Le sue reliquie si conservano nella Chiesa di San Mattia a Treviri, in un sarcofago di tardo stile romanico.
Per quanto riguarda Valerio, vescovo di Ravenna, si ha una lettera di Papa Leone III a Carlomagno e altre fonti storiche in cui risulta che resse la diocesi ravennate tra il 788 e l’810, fu un pastore zelante non solo per il decoro delle splendide chiese della Romagna, ma anche per la salvaguardia dell’ortodossia, costantemente insidiata dall’eresia ariana.
Nel secolo XIII l’arcivescovo Simeone ne trasferì le reliquie in cattedrale, concedendo una speciale indulgenza alla Basilica di Sant’Apollinare in classe “per riverenza verso il beato Valerio”.
"La carità è la regina delle virtù, come le perle sono tenute insieme dal filo, così le virtù dalla carità" (San Padre Pio di Pietralcina)