Da soldato di ventura a “schiavo” dei malati: sono i due estremi della vita di Camillo de Lellis.
Camillo, nome fenicio che significa “aiutante nei sacrifici”, nasce a Bucchianico negli Abruzzi nel 1550 da un militare. A dodici anni è orfano di madre. Inizia un’adolescenza difficile: svogliato negli studi, spesso in giro a vagabondare, attirato dal giuoco dei dadi e delle carte.
Tra campagne di guerra e ricoveri in ospedale per curarsi una brutta ferita al piede, la sua indole litigiosa e la sua passione per il gioco d’azzardo riemergono. Un giorno perde tutto al gioco, persino la camicia che porta, ed è costretto a mendicare.
Trova un po’ di lavoro presso i cappuccini come muratore. Qui si manifestano i segni sicuri di una profonda conversione. Si sente ormai cappuccino, ma la vecchia ferita alla caviglia non gli consente di emettere i voti, costringendolo a tornare nell’ospedale di san Giacomo a Roma.
Rimarginatasi, dopo tre anni, la piaga, si dedica alla cura dei malati, dolendosi del fatto che i sanitari li trattano con freddezza.
Servire i sofferenti è servire Cristo in persona. Camillo trova così l’ideale per cui vale la pena di spendere ogni energia.
Era appena trascorso l’Anno santo del 1575, durante il quale i pochi ospedali romani si erano rivelati del tutto inadeguati a far fronte ai tanti pellegrini ammalati. Con alcuni amici crea la Compagnia dei ministri degli infermi, più noti con il nome di “camilliani”. Loro distintivo: una grande croce rossa a significare il sangue di Gesù e il fuoco della carità. Due anni dopo Camillo diventa sacerdote.
Muore a Roma il 14 luglio 1614. La sua opera si diffonde nel mondo intero. Si avvera così la sua preghiera: “Vorrei un cuore grande come il mondo”.
E’ il santo patrono degli infermi e degli ospedali, insieme a san Giovanni di Dio; ed è considerato un organizzatore e riformatore della sanità. Oggi è ritenuto l’antesignano della Croce Rossa.
Fui educato a una povertà contenta e benedetta, che ha poche esigenze, che protegge il fiorire delle virtù più nobili e alte, e prepara alle elevate ascensioni della vita (Giovanni XXIII)