Nel monastero di san Filippo Fragalà, in provincia di Messina, è stata scoperta la testimonianza più antica del culto di san Calogero: alcune odi, scritte da un monaco di nome Sergio, del IX secolo, nelle quali si parla di un vecchio eremita, vissuto in una spelonca e dotato di eccezionali poteri taumaturgici contro gli spiriti maligni.
Calogero, il cui nome greco significa “di bella vecchiaia”, è originario di Costantinopoli. Dopo una giovinezza trascorsa nello studio della Scrittura e negli esercizi ascetici, si reca a Roma per venerare le memorie degli Apostoli, quindi decide di vivere da eremita in Sicilia in compagnia di Onofrio, Filippo e Archileone.
Mentre i compagni proseguono per Paternò e Agira, Calogero sosta nell’isola di Lipari, divenendo l’evangelizzatore delle Eolie.
Più tardi, in seguito a una visione, va a Sciacca, dove dimora in una grotta sul monte Gemmariaro.
Vive per altri trentacinque anni in vita solitaria. Nel suo eremo Calogero guarisce i malati e converte i peccatori.
Ancora oggi è festeggiato con particolari usanze. Spicca quella agrigentina, in cui la statua del santo è portata a spalla dagli aderenti alla sua Confraternita in processione per la città, tutto il giorno e sotto un sole cocente.
Dalle finestre la popolazione lancia sulla statua gragnole di pani. Lo si fa in ricordo del fatto che, secondo la tradizione, il santo in tempo di peste fu l’unico a portare soccorso ai contagiati ed ai moribondi: questuava il pane ed i cittadini, temendo il contagio, glielo gettavano dalle finestre.
Il pane viene raccolto e mangiato con devozione o utilizzato nelle necessità, essendo stato benedetto dal santo.
La commemorazione si protrae diversi giorni e dà luogo a momenti di gioiosa devozione popolare, come per l’arrivo di una persona cara.
E’ invocato contro i furti e i crimini.
"Ho visto più lontano degli altri, perché stavo sulle spalle di giganti" (Isaac Newton - 1642–1727)