Giulia, il cui nome molto popolare in latino significa “appartenente alla gens Julia”, è una nobile ragazza cartaginese del V secolo che viene venduta come schiava dai conquistatori vandali.
Una schiava cristiana dolce, sottomessa e devota tanto che il padrone la portava con sé anche in viaggio.
Proprio durante uno di questi viaggi, essi sarebbero sbarcati al Capo Corso e rapiti dai pirati Saraceni.
Giunta in Corsica, dichiaratasi cristiana, Giulia viene inchiodata a due legni in forma di croce e gettata in mare.
Secondo un’antica tradizione i monaci, che vivevano nell’isola della Gorgona, davanti a Livorno, avvertiti misteriosamente dell’arrivo della santa, avvistano al largo la croce che galleggiava, con la Martire inchiodata mani e piedi.
Non solo. Attaccato alla croce c’è un cartiglio scritto da mani angeliche con il nome della santa e la sua storia.
Ma il viaggio non termina su quello scoglio.
Un re longobardo, la cui figlia è abbadessa in un monastero di Brescia, fa trasportare il corpo di santa Giulia in quella città, dove, attorno alle reliquie, fiorisce il culto.
Per quanto giunta da altri paesi, ed emigrata verso altre sponde, la santa non viene dimenticata nella Corsica, della quale è ancora patrona. Né s’è persa la sua memoria in Toscana, specialmente a Livorno.
Nel palazzo dei Dogi, a Venezia, c’è un dipinto del 1500 di Hieronymus Bosch “Il martirio di santa Giulia di Corsica”.
L’origine della devozione a santa Giulia starebbe, come è facile immaginare, nelle piaghe che ferirono mani e piedi della schiava devota e laboriosa, fedele fino all’ultimo e imitatrice del suo Padrone celeste fin nei particolari del supplizio.
A Brescia, nel 763, papa Paolo I le consacra una chiesa.
Maria è il baluardo vivente che i nemici di Dio non hanno mai scalato e che i loro dardi non possono neppure intaccare (S. Agostino)