Noi chiamiamo il martirio «compimento» non perché l’uomo giunge alla conclusione della vita come tutti gli altri, ma in quanto dà prova di una compiuta opera di carità. Anche i greci antichi lodano la fine dei caduti in guerra, non per raccomandare la morte violenta ma perché chi è caduto in guerra se n’è andato senza la paura di morire.
Sono parole di Clemente Alessandrino che ben si addicono al martire di oggi, Fabio.
Il suo nome ancora oggi molto popolare è legato ad un’antica famiglia romana, la gens Fabia; in origine probabilmente era il soprannome di chi vendeva o coltivava le fave, in latino faba.
La storia di Fabio e di altri martiri è trasmessa dagli Atti di Sant’Antimo.
Faltonio Piniano, marito di Anicia Lucina pronipote dell’imperatore Gallieno, era stato mandato dall’imperatore Diocleziano come proconsole in Asia, l’attuale Turchia.
Sconvolto per la fine del suo consigliere viene assalito da una grave malattia, che nessun medico riesce a diagnosticare.
Fallite tutte le cure, la moglie Lucina decide di rivolgersi ai cristiani, che giacevano in prigione. Vi erano tra gli altri il prete Antimo e il nostro Fabio.
Antimo assicura che se Piniano abbraccia il cristianesimo guarirà, e così avviene. Piniano, per riconoscenza, libera quanti più cristiani può, nascondendoli nelle sue proprietà nella Sabina e nel Piceno.
Antimo e Fabio sono nascosti in una villa di Piniano che si trovava lungo la via Salaria al ventiduesimo miglio. Dal loro nascondiglio continuano l’opera di evangelizzazione.
Accusati davanti al proconsole Prisco, rifiutano di sacrificare agli dèi e sono condannati.
Antimo viene gettato nel Tevere con un macigno al collo, riemerge incolume ed è decapitato.
In principio Dio disse: “Sia la luce!. E la luce fu. E anche tu, Maria, hai detto un giorno: “Sia così!”. E noi viviamo della luce nata dal tuo consenso. (André Frossard)