Due sono le sante con questo nome: Emma di Gurk in Austria ed Emma di Sassonia. Oggi pertanto è il giorno onomastico di tutte le donne che portano questo nome bello quanto diffuso, che in tedesco significa donna gentile e fraterna.
Oggi parliamo della seconda delle due figure: ci dà notizia di lei un cronista tedesco dell’XI secolo, Adamo di Brema, nella sua Storia Ecclesiastica parlando di una “nobilissima senatriz Emma”, sorella di Meinwerk, vescovo di Paderborn e moglie del conte Ludgero di Sassonia.
Rimasta vedova, ancora giovane e bella, ricca e senza figli, non ambisce a seconde nozze e sceglie di dedicarsi alle opere di carità.
Generosa nel donare e nel soccorrere, è invece austera ed intransigente con se stessa. Punta alla perfezione nel difficile stato di vedovanza, una condizione assai scomoda per una donna, esposta a mille insidie perché priva di appoggio e fatta segno, se ricca, dei calcoli interessati di parenti.
“Sei tu giovane? – si legge in un’infervorata predica di san Bernardino da Siena, rivolta alle vedove cristiane – Fa’ che tu imbrigli la carne tua in discipline. Sii verace, dentro nell’anima tua. Vuoi marito? Va’ e piglialo, in nome di Dio. Ma non ci avrai mai consolazione. Adunque, non ci vedi meglio che di rimanere vera vedova, e servire a Dio in ogni modo che tu puoi, tutto il tempo della tua vita”.
Emma di Sassonia muore il 19 aprile 1040 ed è ben presto venerata come l’ancella di Cristo. Nel monastero di S. Ludgero a Werden, nella Ruhr, presso Düsseldorf, inspiegabilmente lontano dalla Sassonia, si conserva una mano della santa come reliquia insigne.
Questa mano, giunta fino a noi intatta dopo nove secoli e mezzo, è un segno emblematico della sua più cospicua virtù: la generosità, foriera di opere più che di parole.
Il suo corpo, privo della mano, riposa nella cattedrale di Brema.
La virtù senza prova, non è già virtù: e la patientia senza la sofferenza è una leggiera tintura, la quale sovente non ha che la scorza e l’apparenza del bene, invece dell’essenza. (Maria Maddalena de’ Pazzi)